
Guidare con uno scopo: la nuova leadership nel social housing
“Le case non sono solo edifici. Sono scelte politiche, culturali, sociali. E dietro ogni scelta, c’è sempre una leadership.”
In un tempo in cui il concetto stesso di abitare si trova al centro di tensioni sociali, trasformazioni urbane e diseguaglianze crescenti, la leadership nel settore del social housing non può più essere confinata alla sola amministrazione efficiente di risorse. Deve evolvere. Deve diventare una guida con uno scopo chiaro, umano e collettivo.
Purpose: molto più di una missione aziendale
Parliamo spesso di “purpose” come se fosse una moda manageriale. Un claim da inserire su una brochure o da esibire durante un pitch. Ma nel mondo del social housing, il purpose non è un’opzione: è la ragione stessa per cui esistiamo. Una leadership basata sul purpose non si misura solo in KPI o margini operativi, ma nella capacità di creare impatto reale nelle vite delle persone. È il tipo di leadership che si interroga continuamente: chi stiamo servendo? cosa stiamo cambiando davvero? quali ingiustizie stiamo contribuendo a correggere?
Guidare con uno scopo nel settore dell’housing sociale significa accettare la complessità di operare in territori fragili, spesso invisibili alle politiche dominanti. Significa comprendere che non stiamo solo “fornendo un tetto”, ma lavorando all’intersezione tra povertà, salute mentale, disuguaglianze etniche e isolamento sociale.
Leadership sistemica: la fine del leader-eroe
Viviamo in un’epoca che ci ha fatto credere nel mito del “leader eroico”, capace di risolvere tutto da solo. Ma nel social housing questa narrazione non funziona. Non può funzionare. Qui, la leadership è necessariamente collettiva, distribuita, relazionale. Non si tratta di avere tutte le risposte, ma di creare le condizioni affinché le persone – collaboratori, residenti, partner pubblici e privati – possano porre le domande giuste. E co-creare le soluzioni. Questo richiede coraggio. Ma non il coraggio dell’eroe solitario. Il coraggio della vulnerabilità, dell’ascolto, della delega autentica. Richiede di saper dire: non lo so, ma possiamo capirlo insieme.
Una delle intuizioni più potenti del nuovo modello di leadership è che guidare significa prendersi cura. Di sé, del proprio team, dei territori, delle comunità. È un’idea che scardina le logiche manageriali tradizionali, dove la produttività viene prima del benessere. In contesti in cui il burnout è una minaccia quotidiana – basti pensare al peso psicologico di chi gestisce emergenze abitative o progetti con famiglie vulnerabili – non possiamo permetterci una leadership che ignora l’umano. La cura diventa allora un atto politico e strategico. È parte del lavoro. È ciò che ci permette di durare, di innovare, di resistere.
Coinvolgere chi abita: non una buona pratica, ma un dovere
Non può esistere una leadership nel social housing che non metta le persone al centro dei processi decisionali. Questo non significa solo “fare partecipazione”, ma costruire veri e propri ecosistemi di fiducia. Perché se è vero che la casa è un diritto, è anche vero che le modalità con cui questo diritto viene esercitato parlano di potere, di riconoscimento, di inclusione. Il coinvolgimento degli abitanti non è solo una buona pratica. È un indicatore di maturità democratica. È la misura della nostra coerenza tra parole e azioni.
Troppo spesso termini come “inclusione” o “giustizia sociale” vengono usati come decorazioni nei discorsi istituzionali. Ma nel social housing – dove si opera a diretto contatto con le vulnerabilità – queste parole devono farsi carne. Una leadership davvero trasparente è quella che spiega, condivide, ammette, che mette in discussione le proprie scelte alla luce del bene collettivo. Una leadership equa è quella che distribuisce potere, che lavora sulle disuguaglianze strutturali, che riconosce la diversità non come una voce in bilancio, ma come una risorsa culturale e progettuale.
Il futuro dell’abitare ha bisogno di leader capaci di visione e ascolto
La sfida del nostro tempo non è solo costruire case ma immaginare un nuovo modo di abitare il mondo. Questo richiede tempo e probabilmente una nuova generazione di leader capaci di unire l’efficienza alla gentilezza, la strategia alla compassione. Leader che sappiano sostenere gli altri senza perdersi. Leader che non guidano da soli, ma con gli altri, per gli altri, tra gli altri. Perché, in fondo, guidare con uno scopo significa questo: trasformare il potere in possibilità, l’organizzazione in comunità, l’abitare in appartenenza.